Cesareide

scritto da Claudio
Scritto 18 anni fa • Pubblicato 18 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Cesareide
- Nota dell'autore Claudio

Testo: Cesareide
di Claudio

Prologo

Il caldo era insopportabile, la temperatura della crosta terrestre e non solo quella, era salita a tal punto che il livello del Tevere si era dimezzato.
In aria si libravano una marea di insetti. Tafani, mosche, mosconi, vespe, calabroni, zanzare, pappataci, libellule e chissà cos'altro grossi come vitelli.
L'aria era fetida e irrespirabile.
Il centro di Roma era paralizzato dal traffico e l'inquinamento era ben al di sopra dei livelli di guardia.

Correva l'anno DCCVIII A.U.C.
Che non vuol dire Allievi Ufficiali di Complemento, ma bensì
Ab Urbe Condita. Ovvero dalla fondazione di Roma .

Si era ormai giunti ai gridi di luglio ( agli IDI direte voi, sarà sicuramente un errore di stampa. Invece no! Proprio ai gridi di luglio ), nel senso che la popolazione non ne poteva più dalla calura, ed era quindi un ululare continuo.
Caio Giulio Cesare aveva emanato un editto duro ma necessario.
Aveva ordinato la circolazione alterna delle bighe, con lo scopo di ridurre il tasso di inquinamento dovuto alle esalazioni provocate dalle "marmitte" ( se così le vogliamo chiamare ) dei cavalli.
Così aveva deciso che nei giorni pari potevano circolare i cavalli bianchi, nei giorni dispari quelli neri, i restanti, cioè quelli pezzati o di altro colore venivano trasferiti in campagna.
Qualcuno cercò di fare il furbino, ridipingendo il cavallo durante la notte, ma regolarmente, dopo la quinta o la sesta mano di vernice, non si sa come mai, il cavallo stramazzava al suolo.
Difetto di fabbricazione, diceva qualcuno.
La stampa dell'epoca si interessò molto dell'ordinanza emanata da Cesare, tanto che chiese ed ottenne una conferenza .
Alla domanda:
- Perché o Divino Cesare questa ordinanza così dura e crudele per i cittadini Romani ?
Cesare rispose con una sola frase:
- Semel in anno licet insanire.
A questa risposta così sibillina, un giovane giornalista alle prime armi alzò una mano e gridò:
- Ah Cesareee!! Che semel e semel, in un mese è già la quinta volta che....
Non ebbe tempo di finire la frase, che Cesare fece un cenno a due Centurioni, i quali afferrato il giovane, presero la prima cosa che trovarono (un paio di forbicine per le unghie ) e mozzarono la lingua dello sciagurato, poi, con calma, come se nulla fosse successo, lo rimisero nel gruppetto della stampa.
Cesare alzò lo sguardo fiero e disse:
- Qualche altra domanda?
Tutti alzarono la mano e gridarono come se fossero una sola voce:
- Ave Cesare.
Tranne uno che disse solamente
- Mmm Mmmmmm.


I giorni passarono inesorabili.
Correva sempre l'anno DCCVIII A.U.C. e nonostante il caldo non aveva neanche il fiatone.

A causa della temperatura sempre più insopportabile, gli uomini cadevano come le mosche, le mosche invece non cadevano affatto e continuavano a ronzare e svolazzare.
I topi, colti anche loro da malore, per via della puzza e del caldo, decisero di trasferirsi per il periodo estivo in montagna, dove l'aria e le temperature erano più accettabili.
I gatti non avendo più a disposizione il loro cibo preferito si suicidarono in massa.
Il Tevere più che un fiume, assomigliava sempre di più a una cloaca, perfino i gatti suicidi avevano scelto un'altro fiume per il loro intento (Beh se si deve morire tanto vale farlo in bellezza).
L'ordinanza di Cesare era servita a ben poco, le colonnine rilevatrici di smog (schiavi appositamente posti per 24 ore su 24 negli incroci più frequentati ), continuavano a boccheggiare sempre di più, e questo era un cattivo segno.
Se poi si aggiunge che l'ordinanza aveva messo Cesare in cattiva luce davanti ai sui cittadini e al senato, allora vuol dire che Cesarino (nomignolo datogli da sua moglie Calpurnia) se la vedeva davvero brutta.
- Forse, - pensava Cesare - sarebbe meglio cambiare aria. Nel senso che sarebbe meglio se mi pigliassi un periodo di vacanza. Chissà un po' di riposo mi farebbe bene, magari ne posso approfittare per scrivere, visto il successo che ha avuto il mio ultimo libro il <De bellum Gallico>, un vero best sellers, non so cosa vuol dire, ma mi piace.



La vacanza di Cesare

Sesterzio iacta est

Ormai era convinto, un breve periodo di tempo lontano da Roma, dal caldo, dalla puzza, da gatti suicidi, da insetti voraci, da cavalli truccati e da molti altri problemi gli avrebbe senz'altro giovato. Avrebbe lasciato, per questo breve periodo tutto in mano al suo fedele amico Marc'Antonio, ed in caso di bisogno, c'era sempre il piccione cellulare.
Ormai il più era fatto. I Galli, i Celti, i Britanni e gli Iberici erano sottomessi e sotto il controllo dell'Impero.
Mancavano solamente le riforme, che sarebbero state approntate nell'anno successivo.
Un periodo di riposo dopo tutto era giustamente meritato, restava solamente da decidere la destinazione delle <ferie>.
Cominciò col tralasciare tutte le località a sud di Roma (troppo calde), quelle a ridosso di laghi e fiumi (troppi insetti e troppa puzza).
Alla fine dopo una lunga meditazione, si trovò a dover scegliere fra due località, Aquileia e Tarvisium. Nell'imbarazzo della scelta, lasciò decidere al fato, prese un sesterzio e, se il destino voleva che Cesare andasse a Tarvisium la faccia della moneta con la sua effigie doveva essere rivolta verso l'alto, al contrario se fosse rivolta verso il basso la scelta sarebbe caduta su Aquileia. Lanciò in aria la moneta che dopo aver volteggiato per aria ricadde sul palmo della mano, guardò la moneta e si trovò faccia a faccia con se stesso.
- La scelta e fatta, - disse - Se Tarvisium deve essere, Tarvisium sia. In fondo un po' di montagna potrà solo giovarmi.
Stabilì anche la data della partenza, che doveva essere alla calende di sextilis (quello da noi conosciuto con il nome di agosto), subito dopo la cerimonia dedicata a Giunone.
Infine uscì dal senato dove ancora si trovava e si avviò verso la sua domus.
Passando attraverso gli incroci si accorse che le colonnine ansimavano sempre di più, una addirittura si accasciò a terra, lo schiavo ormai agonizzante venne portato via da due milites e prontamente sostituito con un'altro addestrato ed abilitato a colonnina.
Cesare non si preoccupò più di tanto, il solo pensiero che da li a pochi giorni sarebbe partito, lo rendeva particolarmente allegro e spensierato.
La domus compariva d'innanzi a lui , in un'atmosfera surreale, dovuta all'aria calda ed irrespirabile.
Appena entrò disse ad Alina (la sua schiava preferita), di chiamare subito sua moglie Calpurnia e suo figlio Bruto perché doveva colloquiare con loro.
Calpurnia si presentò con una maschera di bellezza di cetrioli e una vestaglia di lino pesante di colore nero, che a dire di Cesare era troppo trasparente. Bruto dal canto suo era invece vestito da centurione con daga annessa al fianco, in mano una mela mezza sbucciata e un coltello.
Diede ad entrambi la notizia, dicendo loro che sarebbero partiti tutti insieme a breve termine.
La moglie ne era felicissima, il figlio era incazzatissimo.
- Ma perché ? - disse brutalmente Bruto - Ma è mai possibile che devi sempre portarmi con te? Sono grande ormai, puoi benissimo lasciarmi solo ! E poi avrei preferito il mare, si cucca di più.
Aveva appena finito di parlare che subito imprecò contro tutti gli Dei dell'Olimpo, mentre dal dito pollice della mano sinistra grondava sangue, il giovane si era tagliato con il coltello mentre sbucciava la mela.
- Tieni a freno la lingua figlio e non offendere gli Dei per la tua stoltaggine, se non sai usare i coltelli è meglio che li lasci stare al loro posto ! Così ho detto, così ho deciso ! Tu verrai con noi, la questione è chiusa !
Bruto, cominciava in cuor suo ad odiare profondamente suo padre.
Forse era l'inizio di un dramma familiare.

Correva intanto l'anno DCCVIII A.U.C. e, a causa dell'inquinamento e del gran caldo, era forse l'unico che correva.

Le calende di sextilis erano ormai alle porte.
Nella domus fervevano i preparativi per l'imminente partenza, tutto era ormai quasi pronto.
Nel frattempo Cesare si accingeva ad ispezionare la guarnigione dei suoi legionari, per scegliere una centuria da portarsi al seguito. La sua scelta cadde su quella comandata dal Centurione Savio Ponzius, nipote alla lontana di Catullo.
Mentre rientrava a casa si accorse di un fatto strano ed allo stesso tempo preoccupante, tutte le colonnine che incontrava agli incroci, cominciavano a dare segni di pazzia, chi pigliava a calci i passanti, chi mordeva le orecchie ai cavalli, chi pisciava nelle bighe e così via. La situazione era gravissima.
Roma regnava nel caos più assoluto.
A questo punto si chiese se non era un'imprudenza portarsi al seguito una sola centuria.
- Cento uomini sono un po' pochi . - pensava - D'altronde è meglio limitare le spese, e poi cosa può accadere al Grande Cesare ?
Ormai era arrivato il giorno della partenza, la cerimonia in pompa magna riservata a Giunone si era conclusa e la carovana di Cesare era pronta per mettersi in marcia.
Venti uomini della centuria aprivano la carovana, dietro di loro un carro per la servitù (cinque schiavi e dodici schiave "Ovviamente bellissime" ), subito dietro il carro delle vettovaglie che servivano per il viaggio, appresso la biga del centurione Savio.
Cesare e famiglia avevano un carro lussuosamente allestito solo per loro.
Seguivano due carri, che contenevano gli abiti e lo (stretto) necessario per Calpurnia.
Chiudeva il tutto un drappello di venti soldati. I restanti sessanta uomini che formavano la centuria erano divisi lungo i due lati della carovana.
Savio guardò Cesare il quale fece un gesto con la mano al centurione, si udì urlare un comando, e tutto il gruppo cominciò a muoversi, ormai il lungo viaggio era cominciato.
Erano trascorsi dieci giorni dalla partenza, e man mano che il convoglio si spingeva sempre più a nord il clima diveniva sempre più sopportabile e l'aria fresca e respirabile.
Bruto durante tutto il viaggio, non aveva aperto bocca con nessuno, un pensiero fisso aleggiava nella sua mente:
- Maledetto tiranno prima o poi te la farò pagare.
- Cinque giorni, cinque giorni solamente e saremo a destinazione. Disse Cesare rivolgendosi a Savio.
- Sì mio Signore, se tutto procede bene tra cinque giorni saremo a Tarvisium.
- Deve procedere bene, mio caro Savio, altrimenti, ci rimetterai la testa.
Il centurione ebbe un nodo alla gola e non riuscì più a pronunciare una sola parola.
Per i milites e per Cesare, quel viaggio era una passeggiata, ben altro avevano fatto in passato, ma, il resto della comitiva ( non abituata a certe fatiche ) era fisicamente provata.
Il vociare allegro dei primi giorni si era smorzato strada facendo, ed ora, erano tutti ridotti al silenzio.
Gli unici a non sentire la fatica e che quindi avevano la forza per parlare erano i soldati, ma, non potevano farlo per via del regolamento.
Così Cesare durante gli ultimi giorni riuscì a parlare solo con il centurione Savio, il quale si limitava ad annuire per paura di dire cose che avrebbero potuto costargli la vita.
Si avvicinavano intanto gli idi di sextilis e anche l'agognata meta era ormai vicina.
- Poche ore, poche ore. - Pensava Cesare quando, ad un tratto, si sentì un fragore, seguito da urla e da nitriti.
Cesare squadrò il suo centurione, il quale sbiancò in volto e lentamente si girò a guardare cosa era successo.
Uno dei due carri con il vestiario di Calpurnia, aveva perso una ruota e sbilanciato dal carico si era ribaltato su un lato.
Savio, girò il suo destriero e si avvio verso il luogo dell'incidente per accertarsi di persona dei danni subiti.
Una decina di persone, nel giro di tre o quattro ore, avrebbero potuto svuotare il carro, radrizzarlo, sistemare la ruota ed infine ricaricare tutto, ma per il centurione tre o quattro ore di ritardo, potevano significare la perdita della sua amata testa, alla quale era tanto affezionato.
Il centurione tornò da Cesare, mentre si avviava, pensava a come sarebbe stato il suo corpo senza testa.
- Mio Signore, - disse - ci vorranno alcune ore perché il carro possa riprendere il viaggio, comunque posso lasciare alcuni uomini della scorta a ripararlo, mentre noi possiamo proseguire. Ci raggiungeranno a destinazione.
- Dieci uomini si occupino del carro, il resto prosegua il viaggio.
Per questa volta ti sei salvato la capoccia.
Il villaggio di Tarvisium era lì alla vita di tutti, e tutti ovviamente trassero in gran sospiro di sollievo.




Cave canen



Sempre correva l'anno DCCVIII A.U.C. e in quell'aria fresca e pura sembrava che corresse più forte.

Tarvisium era un villaggio con circa milleottocento anime, di cui millecinquecento erano soldati romani.
Il villaggio era strutturato in modo da avere due grosse costruzioni a monte, mentre più in basso, erano situate poche case, che nella maggioranza erano capanne in legno con i tetti di paglia e sterco. Al centro dell'abitato prendeva posto la piazza, un'enorme spiazzo dove si svolgeva il mercato. Poco più a valle un rivo riforniva d'acqua la popolazione, pecore, capre, mucche e maiali erano sparsi da tutte le parti.
Una delle due costruzioni, quella situata più a nord era il castrum, qui era dislocata la guarnigione dei legionari romani.
L'altra costruzione, meno estesa come territorio, ma più imponete come grandezza, era la residenza del Console Caius Scriba, un'ometto di poco conto, insignificante, messo li da Roma solo per toglierselo dai piedi.
Alto poco meno di un metro e sessanta, grassottello, senza un capello, con due denti traballanti e miope, miope a tal punto da non vedere a un palmo dal naso (e ahimè a quell'epoca nessuno aveva ancora pensato ad inventare gli occhiali ).
La colonna attraversò il villaggio per raggiungere la residenza del Console.
Le strade non erano lastricate e ben tenute come quelle di Roma, anzi, erano poco più che sentieri di terra polverosa, con qua e là qualche ciuffo d'erba dove, le capre si fermavano a brucare, intralciando il traffico inesistente.
Da una delle case a lato della strada principale, uscivano risa e canti goliardici, milites della guarnigione entravano e uscivano in ogni momento. Da ciò si poteva dedurre che quello stabile, doveva essere l'osteria, unico punto di ritrovo per la popolazione.
Alla fine della strada che attraversava l'intero villaggio, si ergeva in tutta la sua maestosità il palazzo di Scriba.
L'intero edificio era circondato da alte mura di pietra posate a secco, da dove qua e là spuntavano ciuffi d'erba, l'ingresso era protetto da un enorme portale di legno, sul quale spiccava un cartello con la scritta a caratteri cubitali "CAVE CANEM".
Sul lato destro del portone una torre di guardia si innalzava al di sopra delle mura, al suo interno un soldato stava prontamente.... dormendo.
Cesare indossò l'abito da cerimonia e fattosi portare il suo cavallo preferito, uno stallone bianco con finimenti in cuoio e oro, lo montò e si mise in testa al gruppo con Savio al suo fianco.
Il centurione si avvicinò al portone e bussò, attese qualche istante, ma nessuno rispose, provò ancora, ma il risultato era lo stesso.
Allora, chiamò un drappello di uomini, i quali muniti di trombe cominciarono a suonare annunciando l'arrivo di Cesare.
Con tutto quel frastuono la guardia sulla torretta prontamente.... si svegliò, guardò sotto le mura e chiese con voce assonnata:
- Chi è ?
Savio alzò il capo e lo guardò con aria di rimprovero dicendo:
- Svegliati cialtrone e apri le porte al tuo Signore Caio Giulio
Cesare Console di Roma !
Il Soldato non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie, non ci credeva a tal punto che disse:
- Ma va morì ammazzato ! Raccontane n'altra va !
Così dicendo, si sdraiò sul pavimento della torretta e riprese a dormire.
Cesare cominciava a perdere le staffe, ma Savio non si perse d'animo. Fece abbattere un grosso albero, che nel giro di pochi minuti si trasformò in un superbo ariete, con il quale si accinsero ad abbattere l'enorme porta.
Bastarono pochi colpi, ed il palo posto all'interno si ruppe aprendo così la strada a Cesare.
Varcò la soglia e fatte poche decine di metri, vide dal suo lato sinistro venirgli contro un cane, piccolo, grassottello e mezzo spelacchiato. Il cane continuava a correre ringhiando ferocemente quando, ad un certo punto, andò a sbattere contro un'albero, tutto perché era miope come una talpa. Talis canis.......
Cesare si avvicinò al cane e lo guardò, la povera bestiola era distesa a terra e sulla testa aveva un bozzo grosso come una mela.
Scrollò il capo, poi si riavviò verso la casa di Scriba.
Arrivato la porta della domus la spalancò ed entrò.
Non si poteva certo dire che Caius Scriba vivesse nel lusso.
I mobili erano scarni, addirittura in alcune stanze quasi inesistenti, tende e drappeggi erano forse esistiti in passato, le stanze vuote e desolate sembravano gelide anche in quella stagione.
In quell'ambiente Cesare sentì un brivido scorrergli lungo la spina dorsale.
Si tolse l'elmo e lo appoggiò su un tavolo rosicchiato al sessanta per cento dai topi e al venti per cento dai tarli.
Il tavolo così ridotto non poté sopportare a lungo il peso dell'elmo, il quale dopo pochi istanti oltrepassò il legno, (quello che ne restava) e si schiantò a terra.
Savio attirato da tutto quel rumore, arrivò di corsa.
- Tutto bene mio Signore ?
- Tutto bene. Solo un piccolo incidente domestico.
Così dicendo si voltò a guardare, sconsolato, l'elmo che giaceva sul pavimento sotto i resti del tavolo.
- Savio, cerca il padrone di questa...... di questa ..casa !
Mentre il centurione partì alla ricerca di Scriba, Cesare si guardò intorno nella speranza di trovare qualcosa su cui sedersi, l'unica cosa che assomigliava vagamente ad una sedia era una specie di sgabello a tre gambe, uno di quegli sgabelli che i contadini usano per mungere le vacche.
Fece per sedersi, ma, era ancora con le natiche a mezz'aria, quando ripensò alla fine che aveva fatto il suo elmo, si girò, abbassò lo sguardo sullo sgabello, scosse la testa e lasciò perdere.
Non sarebbe stato dignitoso per lui, farsi trovare con il culo sul pavimento.
Così, si alzò, raccolse l'elmo e lo mise nel posto più sicuro che c'era, ovvero sotto il suo braccio e attese.
Passarono dieci minuti o poco più quando Savio si presentò, allargò le braccia e fece una smorfia sollevando la testa. Segno evidente che la sua ricerca era stata vana. Il Console era introvabile.
Cesare era ormai al limite della sopportazione.
- Non è possibile ! Non può essere ! Ma dove sono capitato ?! Le guardie dormono, il palazzo ridotto ad una stalla (additando lo sgabello), i mobili si polverizzano ed ora abbiamo anche un Console fantasma. Tutto questo è... è....
Stava per finire la frase, quando si accorse di una cosa che prima non aveva notato, in un angolo della sala c'era un telo disteso per terra, fin qui tutto poteva sembrare normale, la cosa strana era che quel telo, aveva un movimento sussultorio.
Cesare, ormai incuriosito, si avvicinò lentamente, con cautela ne afferrò un lembo e lo sollevò.
Sotto i suoi occhi apparve un ometto grassotello, con addosso un paio di sandali consunti, un perizoma di tessuto ingiallito dal tempo ed uno strano copricapo ricavato dal vello di una pecora.
L'ometto, se ne stava tutto rannicchiato in posizione fetale e dormiva pacificamente.
- Ma in questa casa dormono tutti ! - Esclamò Cesare. Lo disse con un tono altissimo, nell'intento di svegliarlo, ma questo continuava beatamente il suo sonno.
Colto da uno scatto d'ira lo afferrò per le spalle e lo scrollo energicamente. Il Console era ormai abituato ad essere svegliato in quella maniera, così con calma e pacatezza chiese:
- Si, cosa volete ?
- Tu chi sei ? - Domandò Cesare.
- Cosa hai detto ? - disse Caio, che oltre ad essere miope, era anche sordo come una campana.
- O questa poi. - disse Cesare e urlo scandendo bene le parole.
- TI HO CHIESTO CHI SEI ?
- Non c'è mica bisogno di urlare così, non sono mica sordo ! Comunque sappi che io sono Caio Scriba Console Romano.
Abbassando un po' il tono della voce continuò.
- E dimmi Caio, non mi riconosci ?
Ma Caio non diede alcuna risposta, perché non aveva sentito assolutamente nulla.
- E meno male che non è sordo. TI HO CHIESTO SE NON MI RICONOSCI ?
- Questa è bella! Si vede che sei forestiero. Da questa parti tutti sanno che a malapena riesco a distinguere le ombre. Figuriamoci se riconosco qualcuno.
- E DIMMI IL NOME CAIO GIULIO TI DICE NIENTE ?
- Cosa vuoi che mi dica, ci sono centinaia che si chiamano Caio Giulio, l'oste ad esempio si chiama Caio Giulio, nella guarnigione poi ci sanno cinquanta soldati che si chiamano Caio Giulio. Cosa mi deve dire? Nulla.
- BASTA COSI'. Lasciamo perdere, non ce la faccio più.
Savio, vedendo il suo signore in difficoltà diede due colpi di tosse e cominciò, scadendo anche lui le parole a gridare:
- IL SIGNORE A CUI AVETE PARLATO IN MODO COSI' SGARBATO E' CAIO GIULIO CESARE CONSOLE DI ROMA !! "
A quelle parole scandite così chiaramente Caio Scriba cominciò a balbettare:
- Ce... Ce... Cesare. Tu se..se..sei Caio Gi...Giu..Giulio Ce..Cesare.
- IN PERSONA MIO CARO SCRIBA.
Caio si riprese appena un pochino dallo choc e riprese:
- O Divino perdonami, ti prego perdonami.
- E DI COSA TI DOVREI PERDONARE , DI ESSERE CIECO COME UNA TALPA DA NON RIUSCIRE A VEDERE AL DI LA' DEL TUO NASO ? MADRE NATURA E' GIA' STATA FIN TROPPO CRUDELE CON TE , NON C'E' BISOGNO CHE LO SIA ANCH'IO.
- O Divino, se fossi stato avvisato del tuo arrivo, avresti trovato un'accoglienza degna di un Re.
- Immagino. - DisseCesare sottovoce con un sorriso ironico sulle labbra.
Con il passare delle ore Calpurnia diventava sempre più nervosa continuando a ripetere:
- Non si vede, eppure dovrebbe già essere qua, ma non si vede.
Più il tempo passava, più l'agitazione aumentava.
Bruto vedendo il suo stato d'animo l'avvicinò.
- Dimmi. Cosa ti preoccupa?
- Non si vede. Non è arrivato. Il carro, i miei vestiti, chissà che fine avranno fatto?
All'improvviso Bruto si ricordò dell'incidente avvenuto nella mattina, ma non sapendo come comportarsi andò da Cesare.
- Cesare.
- Dimmi Bruto. Cosa c'è?
- Ricordi l'incidente avvenuto questa mattina. Ormai è quasi buio e il carro doveva già essere qui da ore, ma ancora non si è visto.
Mi chiedo se sarebbe meglio se.......
- No ! Come tu stesso ai detto, ormai è quasi buio, non è prudente avventurarci in queste condizioni in un territorio a noi sconosciuto.
Il buio era ormai calato su tutta la regione.
Consumato il frugale pasto che erano riusciti a preparare, ognuno si ritirò nella propria stanza, per riposare.
Al console Caius, uomo con poche esigenze, bastavano due sole stanze, tutto il resto del palazzo venne usato da Cesare.
Nell'ala destra dell'edificio, trovavano posto le camere da letto.
Una era per lui, una per sua moglie, una per Bruto, un'altra era riservata al centurione Savio e due per la servitù (una per gli uomini e una per le donne).
Cesare dopo tutti gli avvenimenti della giornata era particolarmente agitato e il sonno stentava ad arrivare.
Così, acceso un lume, si avviò nella stanza delle schiave. Quando fu all'interno, passo il lume davanti al viso di ognuna. Arrivato ad Alina, la sua preferita, la prese per mano e la condusse nella sua stanza.
Calpurnia ancora sveglia, si accorse del fatto, ma non diede troppo peso alla cosa, ormai era abituata a quelle scappatelle del marito, se poi aggiungiamo che qualche anno prima, aveva rischiato di essere ripudiata, per motivi d'interesse, allora era per Calpurnia non meglio, ma opportuno tacere.
Così si rigirò nel letto e dopo qualche piccola lacrima si addormentò.
Anche Cesare si addormentò, ma molto più tardi, perché ora aveva da intraprendere la sua piccola battaglia personale con la giovane Alina.
Cesare aveva ormai sulla schiena, già più di cinquantacinque primavere, Alina invece era giovane, molto giovane.
Era una bellissima ragazza di carnagione scura, capelli neri, occhi neri, che scintillavano come diamanti. Alta, magra, i lineamenti del volto erano fini e le curve del corpo erano nei punti giusti, in più aveva la bellezza della giovinezza, infatti non aveva ancora compiuto i venti anni di età.
Mentre in quella stanza si procedeva alla singolar tenzone, in quella subito adiacente, Savio era ancora nel dormiveglia, quando venne completamente svegliato da gemiti e mugolii di piacere.
- Moechus calvus (l'adultero calvo. Così veniva chiamato dai suoi soldati) ha colpito ancora. - Detto questo con un breve sorriso sulle labbra si addormentò.
Alla fine anche Cesare, sconfitto in quella battaglia, anche perché la differenza di età non era indifferente, cadde in un sonno profondo.
L'alba era ormai vicina e come accade spesso in montagna, il tempo, che fino a quel momento era stato bello, cambiò all'improvviso.
Il cielo si riempì di nuvoloni neri e minacciosi, poi uno squarcio luminoso aprì le cataratte del cielo. Nel giro di poche ore cadde tanta acqua che non si era mai vista prima.
Come tutti i temporali estivi posso in un lampo, il cielo ritornò azzurro e limpido, lasciando un'aria pura e fresca.
La centuria di Cesare, che per la notte si era accampata all'interno delle mura che circondavano il palazzo, si ritrovò a dover fare i conti con un palmo di fango, le tende erano fradice e loro non erano da meno, ma la vita militare a cui erano stati sottoposti, li aveva temprati ad ogni evenienza.
Quegli uomini non si sarebbero spaventati, neppure davanti ad un esercito cento volte superiore a loro, figuriamoci se si preoccupavano per un po' di limo.
Cesare si svegliò prima di tutti, scese dal suo giaciglio, si lavò il viso con l'acqua di una brocca e guardò fuori.
Quello che vide era uno scenario diverso dal giorno prima.
Le strade polverose erano diventate limacciose, i rosei maiali che aveva visto, ora si rotolavano nel fango, con il risultato, di sembrare, alla fine di tale operazione, dei cinghiali selvatici.
- Chissà se anche a Roma ha piovuto? - pensò.
Guardò sotto, dove erano sistemati i carri, provò a contarli, ma ne mancava sempre uno.
Indossò una tunica e si avvio nella stanza adibita a sala da pranzo.




L'albero


Le schiave nel frattempo, avevano preso dei viveri dal carro delle vettovaglie e avevano preparato una succulente colazione, ripagando i commensali della scarsa cena della sera prima.
Dopo l'abbondante colazione, Cesare guardò Bruto dicendogli:
- Bene! Sarà meglio che ora ti metti in viaggio alla ricerca del carro.
Bruto, ancora con la bocca piena, cercò di protestare, ma Cesare troncò ogni tentativo.
- La discussione è finita. E ora sbrigati. - Ciò questo si alzò e si avviò nella sua stanza.
Con tutto quel pantano non aveva certo voglia di uscire e ripeteva fra se: - Sono qui per riposare. Quindi farò solo quello.
La mattina la trascorse quasi interamente in camera, davanti ad alcuni palinsesti, pronti per essere scritti. Cercò di raccogliere le idee per poter cominciare il suo nuovo libro. Per quanto si sforzasse non c'era niente da fare, le idee non arrivavano.
Così sul tardi si affacciò nuovamente alla finestra, vide con suo piacere che il fango era ormai quasi completamente sparito, lasciando il terreno appena umido, ma solido, da poter camminare senza affondarvi.
Rincuorato da quella situazione a dalla bella giornata, decise di uscire per una passeggiata.
Cominciò così a camminare, avviandosi verso il castrum, lo oltrepassò e svoltò a destra. Qui iniziava un sentiero, anzi sarebbe meglio dire una mulattiera, tanto stretta, ripida e dissestata che persino i cavalli la percorrevano a fatica.
La mulattiera conduceva dopo un percorso formato da parecchi tornanti, ad un pianoro ampio e soleggiato, circondato all'orizzonte da una lunga catena di monti.
Continuando lungo la mulattiera, che ormai era diventato un vero e proprio sentiero, largo e comodo, arrivò ai piedi di una cosa stupenda e maestosa...... L'Albero.
Quello non era un albero comune, quello era l'Albero per antonomasia.
Ai piedi del tronco, le enormi radici sollevavano il terreno circostante, qua e là il terreno assumeva un aspetto particolare, pieno di piccoli dossi e cunette, il tutto ricoperto da erbetta bassa e tenera, tra i fili d'erba, una moltitudine di insetti si muoveva freneticamente, chi alla ricerca del cibo, chi alla ricerca della propria tana. Le formiche salivano e scendevano da quelle colline create dalle radici, formando due lunghe file, una che andava da est ad ovest, l'altra simmetricamente opposta. In un'andro formato da una radice fuori dal terreno, una lucertola ben nascosta, attendeva con pazienza la sua colazione.
Non rari erano i topini di campagna che si avventuravano sotto le fronde dell'albero alla ricerca di qualche granaglia da mettere sotto i denti.
L'Albero, altro non era che una quercia secolare.
Alla base il suo tronco, aveva una circonferenza che misurava più di quaranta piedi, la corteccia dura e ruvida sembrava un quadro di arte moderna, linee e curve si intrecciavano, formando una trama fittissima. Sulla sua superficie, le formiche e gli acari, salivano e scendevano senza un attimo di sosta.
Il tronco era immenso, la sua altezza impressionante.
L'Albero raggiungeva grosso modo venticinque - trenta metri di altezza, il fusto era dritto come un fuso.
La folta chioma aveva un diametro che raggiungeva i dodici metri.
I primi rami che formavano la chioma erano a circa sei metri dal terreno. Grossi e robusti all'attaccatura del tronco, si affusolavano sempre più fino a raggiungere l'estremità, dove le gemme davano nuova vita. Rami e rametti si dipartivano dall'Albero fino a formare un'intricata foresta.
Le innumerevoli foglie, varie, sia di grandezza, sia di colore, nascondevano i frutti che pazienti attendevano la maturazione.
Vi erano migliaia di foglie che formavano la chioma, ve ne erano di piccolissime, come di molto grandi, alcune ingiallite e secche erano rimaste lì dalla stagione precedente. Le più giovani erano tenere e di un verde chiaro, ma per la maggioranza erano di un verde più scuro, lucide sulla pagina superiore, mentre sulla pagina inferiore si vedeva chiaramente la nervatura.
A mezza altezza il tronco era abitato da un picchio, il nido ben nascosto dal fogliame era scavato nel legno secolare, si poteva ben distinguere l'entrata, un foro del diametro di venti-venticinque centimetri, da dove il picchio faceva capolino.
Più in alto una cincia aveva intrecciato il proprio nido, nel quale ora quattro piccoli esserini pigolavano ininterrottamente per chiamare la madre che si era allontanata da loro, per la ricerca del cibo.
Per tutta l'altezza e la larghezza dell'Albero, due scoiattoli si rincorrevano allegramente, questo non era solo un gioco per loro, ma anche un buon allenamento per la sopravvivenza.
Il vento che soffiava nelle sue fronde, agitava freneticamente le foglie, provocando un fruscio quasi assordante.
Alla vista di quello spettacolo il grande Cesare restò allibito .
Continuava a guardare la cima dell'Albero, con il naso all'insù e la bocca spalancata, dove al suo interno le mosche facevano di tanto in tanto qualche breve ispezione.
Cesare, che aveva sempre pensato che non c'era niente e nessuno più grande e potente di lui, restò come scioccato da quella visione e ammutolito pensava:
- Chissà, forse il seme che ha generato questa meraviglia, ha cominciato a germogliare quando Romolo tracciava il solco per la sua Roma.
In questo caso altroché ultra centenario e quasi millenario.
In effetti l'Albero era sì ultra centenario, ma non superava i trecento anni.
Cesare restò in quella posizione, in balia dei suoi pensieri per parecchio tempo, poi pian piano si riprese e si riavviò lungo la strada del ritorno.
Mentre cammina, i suoi pensieri ritornavano sempre all'Albero secolare. Nulla assolutamente nulla di tutto quello che aveva visto finora poteva essere paragonato alla magnificenza e alla maestosità di quella pianta.
Cesare per il rientro, impiegò il doppio, rispetto al tempo che aveva impiegato all'andata, perché ogni due o trecento metri si fermava, si voltava e guardava l'Albero, questo fino a che anche l'ultima foglia non scomparve dalla sua vista.
Finalmente, verso sera quando il sole cominciava a fare capolino dietro le alte vette, arrivò al palazzo.
Prima di attraversare il grande portone, si voltò un'ultima volta e guardò verso la direzione del pianoro, scosse la testa e tiro un lungo sospiro.





Il sogno di Cesare


Appena oltrepassò il portone, vide Savio avvicinarsi.
- Ave Cesare. - Disse il centurione abbassando subito il capo.
- Mio signore, le ricerche del carro non hanno dato alcun esito. La missione è fallita.
A Cesare non venne in mente la storia del carro, in quanto i suoi pensieri erano rivolti esclusivamente all'Albero del pianoro.
- Quale missione mio buon Savio?
- Ma mio signore, il carro, il carro ritardatario di cui siamo andati alla ricerca. Sparito!....Svanito nel nulla!
- Ha il carro, già, dimenticavo. Domani, ne riparleremo domani."
Congedò Savio e si avviò verso la domus di Caius. Lungo il percorso, incontrò il cane del giorno prima, Frisio, questo era il suo nome, gli corse incontro scodinzolando, evitando all'ultimo secondo i grossi alberi.
Un fischio si levò dalla guarnigione dei suoi soldati e Frisio, cambiò direzione, dirigendosi verso la fonte di quel suono, il cane era ormai diventato la mascotte dei suoi soldati.
Durante la cena e per tutto il resto della serata, Cesare non pronunciò una parola e conoscendo il suo caratteraccio, gli altri, evitarono di rivolgerglela.
Non fu una serata allegra, l'unico rumore che si sentiva era il lavoro di ganasce dei commensali, intercalato da qualche ronzio di zanzare e qualche latrato di cani lontani.
Finita la cena, Cesare senza dire una sola sillaba, si ritirò nella sua stanza, si avvicinò al tavolo, e guardo i palinsesti ancora vuoti, scosse la testa ed infine si sdraiò nel suo giaciglio.
Resto parecchio tempo con gli occhi spalancati a guardare il soffitto della stanza, dove la luce della luna rifletteva ombre misteriose, infine pian piano il sonno lo colse, lentamente chiuse le palpebre e si addormentò.

Lui, Bruto e Savio cavalcavano l'uno a fianco all'atro, mentre cinquanta uomini della centuria, armati fino ai denti li seguivano a piedi. Ad un certo punto il gruppo si fermò, in lontananza si poteva vedere distintamente da figura del carro, impantanato fino a metà.
I tre si guardarono in faccia e sorrisero, soddisfatti di aver ritrovato lo sfortunato convoglio.
Spronarono i loro destrieri, correndo nella direzione del carro.
Giunti a circa cinquanta metri dalla destinazione, videro un ombra venirgli incontro, era enorme. Dopo alcuni secondi l'albero era lì davanti a loro.
L'enorme creatura del regno vegetale, aveva estratto le sue radici dal terreno, ed ora come un enorme polipo, si stava avvicinando minaccioso, giunto vicino al carro , lo prese con uno dei suoi tentacoli-radicali e lo scagliò ad un centinaio di metri di distanza.
I tre erano atterriti, mentre i soldati no sapevano cosa fare, se attaccare o scappare.
Poi, siccome un soldato di Cesare non scappa mai, decisero di attaccare.
Le loro armi contro un simile nemico erano inutili, le frecce rimbalzavano, le lance e le daghe si spezzavano, mentre la corteccia dell'Albero non veniva neppure intaccata. I tentacoli-radicali della pianta facevano procedere l'Albero ad una velocità impressionante.
Visto la loro impotenza, Cesare e compagnia, cominciarono a correre. Era la prima volta che Cesare era in fuga davanti al nemico. Certo, se avesse avuto a disposizione la sua X legione, forse questo non sarebbe accaduto.
Correvano e correvano, non si sa per quanto tempo, si sa solo che si fermarono quando videro le mura di Roma.
Giunto sotto le mura, Cesare si voltò e vide che a poche centinaia di metri, l'Albero, continuava il suo inseguimento.
Decisero di rifugiarsi nel Colosseo, ultimo baluardo della loro resistenza, lì avrebbero venduto cara la pelle.

L'Albero continuò la sua corsa raggiungendo in breve il Colosseo.
Con le sue radici avvinghiò la struttura del circo, proprio come un polipo afferra la sua preda, e cominciò a scuoterlo.
Cesare aveva il suo piccolo terremoto personale.
Colto da chissà quale raptus, corse nell'arena e raccolto un gladio da terra, lasciato lì da chissà chi, cominciò ad inveire contro il gigantesco mostro del mondo vegetale.
Ad un certo punto, la chioma dell'Albero, si coprì di mosche, mosconi, calabroni, vespe, zanzare, pappataci e altre infinite varietà di insetti, senza contare pulci, zecche e pidocchi.
Il caldo afoso e soffocante e la puzza del Tevere, ormai ridotto ad un pantano di fango e guano in decomposizione, salì fino all'apice della pianta. Le foglie, non abituate a quell'inquinamento, cominciarono ad ingiallire e a cadere una ad una. L'Albero che aveva vissuto per centinaia di anni nell'aria limpida e pulita della montagna, capì all'istante che quell'ambiente lo avrebbe fatto morire, così decise di battere in ritirata e tornare alla sua montagna.
Prima di allontanarsi, diede un colpo di frusta all'edificio con uno dei suoi tentacoli-radicali, una grossa pietra si staccò dall'alto e cadde all'interno dell'arena.
Cesare alzò gli occhi al cielo e quando vide il grosso macigno venirgli addosso, istintivamente si coprì il volto con il braccio e... con un sobbalzo si svegliò da quell'incubo.
Era zuppo di sudore, i muscoli e i nervi erano tesi e vibravano come corde di violino pizzicate dal suonatore.
Il buio era profondo e la notte ancora lunga, Si asciugò il viso bagnato e si distese nuovamente.
Prima di riaddormentarsi disse: - Salvato dall'inquinamento.
La notte passò lentamente e per Cesare fu un lungo tormento.
Si addormentava e si svegliava fradicio di sudore, si riaddormentava e si risvegliava e nuovamente si riaddormentava per risvegliarsi subito dopo.


Quando il sole illuminò la stanza, decise di scendere dal letto.
Sotto gli occhi aveva due borse da far concorrenza ai gozzi dei pellicani, il volto era stravolto e scavato, le rughe che prima erano appena accentuate, ora sembravano canyon e gli abiti erano zuppi di sudore.
Prese un vassoio d'argento che era appoggiato sul tavolo, gli diede una mezza lucidata con la tunica e ci si specchiò, sgranò gli occhi, tirò fuori la lingua e disse: - Oggi faccio proprio schifo.
Poi si cambiò d'abito e si recò nella sala da pranzo.




Vu cumprà

Mentre camminava, sentiva sempre più distintamente delle urla provenire dalla sala. Entrò e vide Savio che cercava di farsi capire dal console Caius.
- H O D E T T O C H E H O D O R M I T O B E N E G R A Z I E !
- Ho poverino ha sofferto le pene. Il letto era forse troppo duro?
- Lascia perdere, - disse Cesare - è tempo e fiato sprecato.
Savio alzò le mani al cielo come per chiedere aiuto agli dei, poi si sedette al suo posto.
- Oggi - disse Cesare rivolgendosi a Bruto - verrai con me alla ricerca del carro.
- 'Fanculo! Ma è mai possibile che non riesca a riposare in questa VACANZA . Adesso avete proprio rotto.. 'Fanculo!
Ed uscì dalla stanza sempre più incazzato, però senza sbattere la porta, anche perché non vi era nessuna porta da sbattere.
- Un giorno dovrà imparare a tener ferma la lingua. E' un giovane schizoide e psicopatico, avrebbe bisogno di una brava moglie.
- Ma come. - Replicò Calpurnia . - E' già sposato con Porzia, non ricordi ?
- E quella ti sembra una brava moglie. Non sono mai insieme, come per le ferie ad esempio, le fanno separate.
- Veramente, sei stato tu ad obbligarlo a seguirti se ben ricordo.
- Già, va bene, ma l'anno scorso?
- Era alla battaglia di Munda.
- Sì va bene ma due anni fa?
- La battaglia di Tapso e tre anni fa...
- Basta, basta. Ho capito. Va a finire che sarà per colpa mia se questo matrimonio fallisce. Il discorso è chiuso.
A Cesare era passato l'appetito, si alzò da tavola senza aver toccato nulla ed uscì. Savio si riempì la bocca con tutto quello che poté e lo seguì, Calpurnia restò seduta al suo posto pensierosa, mentre Caius non si accorse di nulla e continuava a sorseggiare rumorosamente il suo latte di capra.
Cesare scese nel cortile dove la sua guarnigione si era accampata e scelse personalmente cinquanta volontari.
Questa era una missione di vitale importanza, ovviamente per sua moglie Calpurnia, infatti, dopo due giorni di permanenza cominciava a dare segni di nervosismo perché non sapeva più cosa indossare, visto che i suoi vestiti migliori, quelli firmati Armanius, erano tutti nel carro disperso.
Cesare era in testa al gruppo, subito dietro a breve distanza Savio e Bruto che continuava a dire :
- 'Fanculo il carro.
- 'Fanculo la vacanza.
- 'Fanculo ..... 'Fanculo....
Seguivano appiedati come sempre i cinquanta legionari scelti volontari.
Ad un tratto Cesare rabbrividì, un fremito gli correva lungo la spina dorsale.
Aveva cominciato a ripensare al sogno di quella notte ed il momento che stava vivendo ora , gli sembrava la stessa scena iniziale del sogno.
- E se quello non fosse stato un semplice sogno, ma un presagio.
Un sogno premonitore inviato dagli dei ?
A quel pensiero cominciò a tremare e a sbiancare in volto. Era completamente preso dalla paura ma non lo diede a vedere agl'altri.
Infine si diede una scollata e pensò che era praticamente impossibile che in albero potesse camminare, quindi si disse che quelle erano solamente fantasie da bambini.
Dietro intanto, Bruto continuava con i suoi 'fanculo. Savio, stufo di sentire sempre la stessa cosa allungò il passo e si affiancò a Cesare.
Il gruppo stava costeggiando il piccolo torrente che riforniva d'acqua il villaggio.
All'improvviso lo zoccolo del cavallo di Bruto urtò qualcosa, immediatamente si sentì un urlo:
- Tutti in acqua.
Il cavallo aveva aperto in due un alveare di vespe che era nel terreno ed ora l'enorme sciame che si era formato era pronto all'attacco.
Tutti si precipitarono verso il torrente per mettersi in salvo da quei letali pungiglioni.
Il bagno fuori programma durò per parecchio tempo. Le vespe continuavano a ronzare sopra le loro teste, erano migliaia e ben organizzate. A turno, piccoli gruppi scendevano in picchiata pronti a pungere chiunque gli capitasse a tiro, durante quelle incursioni i nostri eroi si inabissavano, schivando così i micidiali colpi, di tanto in tanto, qualche vespa kamikaze si fiondava nell'acqua per centrare il bersaglio.
Le incursioni dell'esercito ronzante continuavano senza sosta.
La piccola armata di Cesare era sempre in immersione, sporadicamente, in modo alterno le teste uscivano per una boccata d'aria per inabbissarsi subito dopo.
- Io il grande Cesare - pensò - battuto da minuscoli e insignificanti esseri. Che vergogna!
Verso l'imbrunire lo sciame si ritirò.
Con circospezione uno ad uno uscirono dal torrente. A forza di stare in ammollo la pelle si era raggrinzita ed era diventata bianca e candida come la neve. La temperatura era calata nettamente e i loro corpi tremavano come foglie al vento.
Cesare diede ordine di accendere dei fuochi e di preparare un accampamento per la notte, infine mandò alcuni uomini alla ricerca di un po' di cibo, il pernottamento lontano dalla domus di Caius non era previsto e tanto meno lo era il pasto.
I fuochi erano stati accesi e prima che sopraggiungesse l'oscurità i vivandieri tornarono con il loro bottino, due trote, una marmotta e un elmo colmo di frutti di basco. Non era molto per cinquantatré persone ma bisognava accontentarsi.
I cavalli che si erano messi in fuga durante l'assalto, ritornarono dai loro cavalieri a testa bassa, come a chiedere perdono per il loro atto di vigliaccheria.
Cesare infreddolito, non li degnò nemmeno di uno sguardo. Se ne stava rannicchiato vicino al fuoco e la sua attenzione era rivolta ad uno strano bagliore in lontananza.
Il bagliore era a mezza altezza, la luce sembrava quella di un falò. Cercò di orientarsi per capire da quale direzione provenisse quella strana luce.
- Sì. E' proprio lì - disse fra se - il pianoro. Il pianoro dell'Albero millenario. L'Albero... è quel maestosa Albero in fiamme, oppure si è accampato qualcuno ai suoi piedi ?
Cesare restò pensieroso ancora un attimo, poi chiamò Savio:
- Domani andremo verso quella direzione! - e indicò il punto luminoso all'orizzonte. - Ci divideremo in due gruppi e vi arriveremo per due strade differenti.
- Scusa Divino. Ma come fai a sapere che esiste più di una strada per arrivare lassù ?
- Savio. Non domandare esegui gli ordini e basta !
- Sì mio signore . Sara fatto.
- Devono esistere due strade. - Pensò speranzoso.
Poi si sdraiò vicino al fuoco con lo sguardo fisso su quel bagliore fino a che non venne sopraffatto dal sonno.
Le stelle cominciarono a sparire dietro a dei nuvoloni neri e minacciosi, ma nessuno se ne accorse, nemmeno i due militi posti di guardia, poi, come due notti precedenti l'acqua arrivò all'improvviso e copiosa.
Dopo l'intera giornata a bagno, ci mancava anche la nottata.
Fortunatamente il temporale non durò a lungo. Mezzora dopo la pioggia cessò e il cielo gradatamente ritornò sereno come la sera precedente. Ormai il sonno era stato interrotto ed era difficile riprendere a dormire. Accendere un fuoco era praticamente impossibile, visto che tutta la legna era fradicia.
Le bestemmie indirizzate agli dei dell'Olimpo echeggiavano in tutta la valle.
Cesare guardò in alto, il cielo all'orizzonte cominciava a rischiararsi, in breve tempo il sole ancora nascosto avrebbe illuminato tutto il cielo annunciando il suo arrivo.
- E' ora ! - Disse a Savio. - Tu, Bruto e venti uomini, proseguirete in quella direzione. I restanti verranno con me. Su presto, in marcia.
Savio scelse venti uomini e si avviò verso la direzione indicata da Cesare.
- Speriamo che non si perdano anche loro. - Pensò Cesare. Quindi salì sul suo cavallo e ritornò verso Tarvisium, per imboccare la mulattiera che conduceva al pianoro.
Per i soldati camminare in quelle condizioni era impossibile. Le pance erano vuote, i vestiti erano zuppi e loro lo erano ancor di più, il sonno perso li aveva indeboliti e il terreno era nuovamente una poltiglia fangosa. Proseguire così era un'impresa. Infatti in breve Cesare distanziò di molto gli appiedati, i quali avevano ridotto l'andatura e si stavano trascinando lungo la strada.
Dopo alcune ore il gruppo arrivò a Tarvisium, attraversarono il villaggio e si diressero verso la case di Caius. Giunti alle sue porte Cesare si fermo, guardò i suoi uomini stremati, quindi scese dal cavallo e si avviò verso di loro, chiamò a se il più anziano dicendogli:
- Vai nella Domus e manda qui altri trenta uomini per il cambio. Avete bisogno di riposo.
- Grazie o Divino. Ave Cesare
Il legionario partì e dopo dieci minuti circa il nuovo gruppo di legionari sostituì il primo. Anche Cesare era sfinito, ma era un condottiero e non poteva dare segno di cedimento davanti ai suoi uomini. Così con il suo piccolo drappello si rimise in marcia verso il pianoro.
Dopo poche centinaia di metri lungo la mulattiera il suo cavallo si fermò e non c'era più verso di farlo proseguire. Il vuoto al lato del sentiero impauriva l'animale, il quale si rifiutava di muovere un passo.
Cesare Scese a terra e con la briglia in pugno, cominciò a tirare l'animale. Il cavallo era impietrito, i muscoli era tesi e la bocca stringeva il morso a tal punto da fargli sanguinare le gengive. Niente non si muoveva di un solo centimetro.
Non c'era altro da fare che abbandonare l'animale, così si rivolse al primo soldato della fila.
- Mentre noi proseguiamo, cerca di pare il possibile e l'impossibile per riportarlo all'accampamento. Ricorda che ti ritengo responsabile della sua salute.
- Sì mio Signore, sarà come tu vuoi. Ave Cesare.
Mentre il povero legionario venne lasciato sulla cengia, in balia di un animale isterico e impaurito, il gruppo proseguì per la sua strada.
A quell'epoca non esistevano ne' scarponi ne' pedule da montagna e camminare su quella specie di sentiero sassoso con dei semplici sandali era un inferno.
E, se lo era per i soldati che erano, giovani, freschi e riposati, figuriamoci cosa doveva essere per Cesare dopo aver passato un giorno e una notte a bagno, a digiuno e senza riposo.
Ogni passo per lui era una sofferenza, quando il piede appoggiava sul terreno, sul suo viso veniva automatica una smorfia di dolore ma non emetteva un solo gemito, questo perché il viso poteva celarlo alla vista dei suoi soldati, ma un gemito di dolore non sarebbe passato inosservato e lui non poteva certo perde la faccia davanti alla sua truppa.
Il calvario sembrava non finire mai, ma finalmente il pianoro era lì davanti ai suoi occhi e in lontananza si poteva scorgere l'enorme Albero.
- Ci rivediamo nuovamente. - Pensò.
Più si avvicinavano e più aveva l'impressione di scorgere del movimento sotto le fronde della pianta secolare. Non si sbagliava.
Intorno al fuoco, ormai spento da tempo, con le ceneri ancora fumanti, una dozzina di persone si agitava in modo frenetico per disfare l'improvvisato accampamento messo su per la notte. Semi nascosto dal tronco dell'Albero si poteva intravedere la sagoma di un carro, poco distante due cavalli pascolavano pacificamente.
- Bene ! - disse Cesare, non poteva perdere l'occasione. Non poteva rischiare che il gruppo si allontanasse prima del suo arrivo. Chiamò i soldati addetti alle trombe e diede l'ordine di annunciare il suo arrivo.
Il gruppo dell'accampamento, sentì distintamente il suono delle trombe. Si guardarono l'un l'altro con aria interrogativa, alzarono le spalle e continuarono nel loro lavoro.
Certo che un comportamento del genere da parte dei suoi soldati era intollerabile. Come mai i suoi uomini non si preparavano, non si schieravano a ricevere il Grande Cesare ?
Sfortunatamente quello non era il carro scomparso e quelli non erano i legionari della scorta.
Gli uomini che si erano accampati sotto l'Albero, erano commercianti. Venditori ambulanti arrivati da oltre i confini dell'impero, erano arrivati sul suolo romano per vendere i loro prodotti, pelli, stoffe, collane, monili e altre cianfrusaglie che si erano portati al seguito.
Più si avvicinava e più il dubbio che qualcosa non andava cresceva.
Quando fu abbastanza vicino, si accorse che quegli uomini non erano vestiti con l'uniforme del suo esercito. Avevano strani abbigliamenti e strane capigliature.
Fatte ancora alcune centinaia di metri il suo dubbio venne dissolto. Ora poteva vederli benissimo.
Quegli strani individui di media non superavano il metro e sessantacinque di altezza, erano vestiti con pelli pregiate, alcune erano pelli di leone, altre di animali a lui sconosciuti. Portavano sul capo strani cappelli in pelle da cui spuntavano lunghe code di capelli. I lineamenti del viso erano orientali, gli occhi stretti e allungati orizzontalmente. Quasi sicuramente erano di origine mongola.
Alla vista di tutti quei soldati armati non si scomposero, anzi, si avvicinarono al carro e cominciarono a tirar fuori la loro mercanzia. Stesero sul prato pelli, stoffe pregiate, teli su cui appoggiarono bracciali, collane, anelli, piccoli idoli pagani e altre cose inutili. Poi uno di loro si avvicinò a Cesare e disse:
- Vu cumprà ?
Cesare non sapeva cosa dire. Era stanco e sconsolato, così si limitò a dire - No Grazie. - Si voltò e si avviò lungo la strada del ritorno.
L'ambulante tornò alla carica.
- Amico. Amico senti, prezzo buono. Tu fare contenta tua signora.
Cesare si fermò e cominciò a pensare. Sicuramente sarebbe rientrato senza carro e senza abiti e ancora più sicuramente Calpurnia sarebbe andata su tutte le furie. Forse un regalo....
Così si voltò e chiese:
- Quanto vuoi ?
- Dieci sesterzi.
- No. E' troppo tre sesterzi.
- No amico, troppo poco. Così morire di fame. Nove sesterzi.
- Quattro sesterzi.
- Sette sesterzi.
- Quattro non uno di più.
Lo straniero si girò, fece per andarsene, poi, tornò indietro.
- Cinque sesterzi.
- Affare fatto. - Disse Cesare con un sorriso sulle labbra e pensò: - In fondo è brava gente.
Il gruppo rimise sul carro la mercanzia mentre Cesare, con i suoi uomini si avviò lungo la strada del ritorno.
Quando arrivarono quasi alla fine della mulattiera, vide che il suo stallone era ancora lì immobile, mentre il legionario addetto madido di sudore, cercava in ogni modo di farlo spostare.
Cesare si avvicinò al legionario e lo fece rientrare nei ranghi, poi guardò negli occhi il suo cavallo.
- Eramus - questo era il nome del cavallo - muoviti, andiamo! E' un ordine.
A quelle parole lo stallone cominciò a rinculare, indietreggiando lentamente arrivò in un punto dove la mulattiera si allargava di poco, lì cercò non senza fatica di girarsi, alla fine si ritrovò con il muso rivolto verso casa. Cesare lo montò e lentamente si avviarono verso la domus.
Quando arrivò alla casa di Caius il sole si stava nascondendo dietro le alte montagne, il giorno stava uscendo di scena per lasciare posto alla sorella notte.
Calpurnia le si avviò incontro.
- Com'è andata caro? I miei abiti.. Dove sono?
- Mi dispiace, ma non sono riuscito a rintracciare quel maledetto carro. C'è ancora la speranza che Bruto e Savio riescano a trovarlo. Ha dimenticavo ho comprato questa per te!
Allungò la mano con la collana fra le dita, Cesare guardò la collana, sgranò gli occhi e la ritirò subito indietro.
- No! Ci ho ripensato! E' meglio di no!
- Ma......
- Basta! - e si allontanò.
Quando fu abbastanza distante dalla moglie, ritirò fuori la collana e la strinse nel pugno.
- Maledetto!
Non era stessa collana che aveva pagato cinque sesterzi. Quella che aveva visto era una collana fine, con pietre colorate e fili d'oro, mentre quella che ora stringeva in mano era fatta da un filo dove vi erano infilati ossi di pesca e di ciliegia.
L'astuto venditore, con un veloce colpo di mano aveva cambiato all'ultimo momento la merce preziosa con quei miseri resti commestibili.
- Accidenti! Me la pagherà ! Ho se me la pagherà!
Cesare era troppo incazzato e troppo stanco per fermarsi a cenare nel salone con Calpurnia e Caius, così diede ordine che gli servissero la cena in camera.
Quando Alina entrò con la cena, lui era seduto sul letto con i piedi a bagno dentro una tinozza. L'acqua fredda sembrava quasi evaporasse al contatto delle sue calde estremità.
- Vuoi che mi fermo. Mio Signore.
- No mia dolce Alina. Sono troppo stanco. posa pure il vassoio sul tavolo e ritirati nella tua stanza.
- Sì mio Signore.
Cesare si pentì subito di aver detto ad Alina di posare il vassoio sul tavolo, era meglio se gli diceva di posarlo sul letto. Ora si doveva alzare per andare a prendere il cibo, ma era stanco. Molto stanco.



La lettera


E il tempo passava.
Correva sempre l'anno DCCVIII A.U.C. e, sarà per il clima, sarà per la temperatura più mite, ma sembrava che corresse più veloce.

Ormai si era giunti agli Idi di Sextilis, sia del carro e sia di Savio, Bruto e compagnia, non si aveva più alcuna notizia.
Cesare erano giorni ormai che non usciva più dalla sua camera, Calpurnia era sempre più nervosa per la mancanza di abiti da indossare, Caius continuava ad addormentarsi in ogni angolo della casa mentre i legionari avevano stretto un legame affettivo con Frisio, e lui con loro.
Proprio in quella mattina degli Idi Alina busso alla sua porta.
- Scusa mio Signore, c'è qui un messaggero che dice di avere un plico per te.
- Un messaggero? Un plico?
- Sì mio Signore, dice che è urgente e che ha fatto molta strada per raggiungerti.
- Visto che ha fatto così tanta strada.... fallo entrare.
A Cesare si presentò un uomo alto e muscoloso, la carnagione era scura, dalla testa rasata pendeva un solo ciuffo di capelli lunghi e attorcigliati in un una treccia, gli occhi ed il viso erano truccati vistosamente ed indossava una strana divisa di cuoio che non apparteneva di certo al suo esercito. Il messaggero si avvicinò e si inchinò porgendogli il plico dicendo:
- Da parte di sua Maestà la Regina Cleopatra.
Proprio quando pronunciò il nome della Faraona ( inteso come Faraone al femminile, e non come uccello da cortile destinato in gran parte a finire sui piatti di portata), Cesare si mise le mani davanti al viso.
- Accidenti. Me ne ero dimenticato.
Poi si rivolse ad Alina:
- Rifocillatelo e fatelo riposare. Ha veramente fatto un lungo viaggio.
Quando fu solo, sciolse il plico e srotolò il papiro.
- Porca puttana! Quante volte gli ho detto di scrivere in latino. Lo sa che sono negato in egiziano. Mi ci vorrà tutto il pomeriggio per tradurlo.
Cesare cominciò la traduzione.



Caro Cersaruccio mio.

Ho saputo dal mio servizio segreto che sei partito con tua moglie Calpurnia e con il tuo figliastro Bruto per una vacanza.
Non sono certo presa da un impeto di gelosia, visto che "quella" è la tua legittima sposa.
Quello che mi fa arrabbiare è che un uomo come te, un uomo come il grande Cesare non sappia mantenere fede alle promesse fatte.
Se ben ricordi, l'anno scorso mi dicesti che per quest'anno avremmo passato a Capri le ferie insieme. Non che io non abbia i soldi per pagarmi due ferie, sia ben inteso. Il fatto è che mi sento presa in giro.
Dopo aver passato l'intero anno alle prese con tutti i mie problemi, e non sono pochi, pensavo che un po' di svago con te mi avrebbe fatto bene.
Ma tu cosa ne vuoi sapere dei miei problemi. Cosa ti interessa se i coccodrilli sacri del Nilo si sono presi il raffreddore, cosa puoi capire di questioni sindacali.
Lo sapevi che i miei schiavi sono iscritti al sindacato, lo sapevi che hanno il diritto di sciopero, non che questo cambi la situazione o il loro modo di lavorare, è solo per dimostrare al mondo che la nostra è una dittatura democratica.
Pensa che lo scorso anno, si sono messi in sciopero per cinque giorni consecutivi, al sesto li ho sostituiti tutti, ma solo perché non ne era rimasto vivo neanche uno.
Dopo tutti questi problemi, cosa vuoi che m'importi di passare le ferie con te.
Comunque sappilo, tra noi tutto è finito.
Avrai presto mie notizie.
Tua Cleo




- Ma quella è pazza. E' pazza da legare. Tra noi tutto è finito. Dice. E poi si firma "Tua Cleo" . Le donne.... Le donne chi le capisce.
Cesare arrotolò il papiro, vi strinse attorno un laccio di cuoio e lo posò su un lato del tavolo, Guardò fuori e trasse la conclusione che ormai era tardi, anche se il sole era ancora alto ne cielo. Chiamò la sua fedele Alina:
- L'egiziano è già partito?
- No! Mio Signore, sta' ancora riposando.
- Bene! Non lasciatelo andare fino a quando non gli avrò parlato.
- Sì. Mio Signore.
Si avvicinò al tavolo, prese una pergamena, intinse la punta di una piuma in una ampolla di inchiostro e cominciò a scrivere.


Mia cara Cleo.

Le tue parole amare, mi hanno particolarmente colpito.
Anche se tu non lo vuoi ammettere, quelle sono parole di gelosia.
Posso immaginare i tuoi problemi, ma anch'io ho i miei.
La mia non è una vacanza di piacere come tu pensi, è più un allontanamento strategico.
Alcuni decreti da me emanati, non hanno avuto molto successo tra la il popolo romano, così per calmare un po' le acque, mi sono preso questo breve periodo di riposo, anche se qui i guai non mancano di certo.
Tutto lo stress, i problemi e le preoccupazioni di questo periodo, mi hanno fatto dimenticare il nostro appuntamento estivo, ma non mi hanno fatto dimenticare te e tutto il bene che ti voglio.
Spero di rivederti presto.

Tuo Cesaruccio

P.S.
Abbi cura dei coccodrilli.
Quando ebbe finito di scrivere, rilesse il tutto attentamente, facendo un paio di correzioni, poi arrotolò la pergamena, colò sulla chiusura un po' di ceralacca e vi impresse il suo sigillo.
Infine, fece chiamare il messaggero di Cleopatra, gli consegnò la lettera e gli disse di partire immediatamente.
Ormai era buio, l'egiziano cercò di protestare, ma lasciò perdere.
Prese la lettera e uscì dalla Domus, Attraversò il villaggio, ma quando fu davanti alla taverna, entrò e prese alloggio per la notte.



La rissa


La mattina seguente, subito dopo l'alba, il messaggero si svegliò e fece una modesta colazione.
nel frattempo, le strade del villaggio cominciarono ad animarsi. La popolazione era tutta allegra e in agitazione.
L'unica grande piazza era gremita di gente.
L'egiziano, pagò il suo debito, salutò l'oste ed uscì, Le strade erano affollate come non mai.
- Sarà festa. - Pensò.
Poi si avviò verso la sua destinazione, in direzione Sud-Ovest.
In effetti quello non era un vero e proprio giorno di festa.
Ogni dieci o quindici giorni, si riunivano sulla grande piazza tutti i mercanti della zona e a volte, anche qualche mercante straniero, ed era come se fosse festa.
Gli artigiani, i contadini, gli allevatori e le donne con i loro figli, si riversavano sulle strade polverose e sulla grande piazza per partecipare all'evento.
C'era chi vendeva e chi comprava, chi litigava per il prezzo troppo alto e chi scherzava e rideva.
Non era festa. Si festeggiava.
I bambini gioiosi facevano un gran chiasso, le loro risa e le loro urla salivano alte nel cielo.
I commercianti dal canto loro, gridavano ancora più forte, perché come si sà da sempre, la pubblicità è l'anima del commercio e quindi per poter decantare le qualità e i pregi dei loro prodotti, dovevano alzare la voce il più possibile.
La mescolanza tra voci, urla,risate e altro ancora, produceva un frastuono infernale che arrivò fino alle finestre della Domus.
Cesare aveva il sonno leggerissimo. Aveva imparato durante le sue campagne a percepire, anche nel sonno, il minimo rumore.
Quando tutto quel casino giunse alle sue orecchi, si sveglio di soprassalto.
- E che cazz...
Con un balzo fu subito giù dal letto e corse alla finestra.
Quello, che da quella altezza poteva sembrare a prima vista un formicaio con tutte le formiche al lavoro, era in realtà il villaggio di Tarvisium con tutti i suio cittadini.
A quell'ora le strade dovevano essere deserte e la gente doveva essere nei campi, sui pascoli, nelle botteghe o nelle case. Ma non era così.
Cesare si votò verso la porta e chiamò Alina a voce alta.
Passarono alcuni minuti, ma nessuno si presentò.
Con una punta di rabbia gridò ancora più forte.
- Alina!!
Dopo pochi secondi la giovane si presentò sulla soglia.
- Dimmi, mio Signore.
- Cosa succede lì fuori ?
- Non saprei.
- Male! Informati e fammi sapere.
Alina uscì fuori, andò da una delle guardie di Caius che era di servizio su una torretta e si informò. Avuta la risposta corse da Cesare per riferire.
- Allora?
- Nulla di importante o Divino. E' soltanto giorno di mercato.
- Nulla di impotante per noi che veniamo da Roma, ma per posti come questo il mercato è un avvenimento. Bene bene, cerca il vestito migliore che ho. Si và a fare compere.
Cesare, con addosso l'abito che usava per le riunioni importanti, andò da Calpurnia, la quale dopo dieci giorni di permanenza in quel "buco" era diventata apatica. Non spiaccicava più una parola, risponeva solo con mugolii e cenni della testa.
- Calpurnia. Si và al mercato!
La moglie non disse nulla, scrollò solamente le spalle in segno di disappunto.
- Calpurnia. Non era una domanda. Era un ordine. Vestiti e andiamo!
La donna andò ad una spece di baule, lo aprì e tirò fuori il primo vestito che gli capitò.
Guardandolo, le tornò alla mente il carro scomparso con tutti i suoi vestiti firmati.
Una lacrima si stacco dai suoi occhi, scese lungo il viso costeggiando l'angolo della bocca e poi giù giù fino al mento.
Ma Cesare non se ne accorse.
In poco più di un'ora erano in strada. Cesare e sua moglie erano davanti, seguiti a ruota da Alina insieme ad altre due schiave, sei soldati chiudevano il corteo.
In quell'ambiente, si poteva respirare l'aria pura della montagna e allo stesso tempo la polvere alzata da tutta quella moltitudine di gente che camminava in quelle strade polverose.
Il nuovo gruppo aggiuntosi ai cittadini locali, cominciò a muoversi tra le bancarelle e le attrazioni.
Ad un tratto, Cesare si fermò a guardare alcuni bambini in un angolo della piazza mentre giocavano.
Due di loro, vestiti di pochi stracci, avevano in mano un finto gladio e fingevano un combattimento tra finti gladiatori. Poco distante, un terzo bambino seduto su un'enorme pietra, con in testa alcuni rami di alloro intrecciati e sulle spalle uno straccio di colore rosso fingeva di essere Cesare.
Quando uno dei due finti gladiatori, finse di cadere, l'altro gli posò il piede sul torace e gli punto il finto gladio alla gola, poi guardò il finto Cesare.
Il bambino seduto sul masso si alzò, si aggiustò lo straccio che aveva sulle spalle e tese il braccio destro con il pugno chiuso, allungò il dito pollice fuori dal pugno e con un colpo del polso rivolse il dito verso il basso.
Il finto vincitore, fece finta di affondare il finto gladio nel corpo del finto perdente, il quale fece finta di morire.
Cesare, quello vero, rise di cuore, poi si rivolse a Calpurnia:
- Però un po' mi somiglia .
Mentre indicava il bambino che lo inpersonava.
Mentre era ancora lì con il dito puntato verso il ragazzino, un gruppo di persone che aveva assistito alla farsa scoppiò a ridere e ad applaudire.
A quelle risate, Cesare venne colto da un impeto d'ira:
- Stanno ridendo di me! Stanno ridendo del grande Cesare!
Calpurnia, uscendo solo per un attimo da quello stato apatico disse:
- Stupido uomo. Arrogante e presuntuoso. Stanno ridendo di quei bambini, come hai fatto tu stesso!
Il gruppo di persone cominciò a lanciare piccole monete ai giovani attori improvvisati.
A quella vista Cesare si rivolse ad Alina:
- Porta qualche sesterzio a quei ragazzi. Se li meritano. E di loro che anche....... No! Non dire niente. Lasciamo che tutto sia quel che sia.
Visto che in quella confusione, nessuno si era ancora accorto della sua presenza, pensò bene che non era il caso di farsi riconoscere, cercando in quel frangente di tenere un po' da parte la sua presunzione. A volte viaggiare in incognito può essere vantaggioso.
Al centro della piazza, una bancarella era praticamente assediata dai suoi potenziali clienti.
Nel vedere una tale folla, gli venne la curiosità di vedere quale merce avevano in vendita. Proprio in quel momento il suo sguardo cadde su un'altra cosa. Lì, al centro di quella massa di persone, spuntava la sagoma di un carro, era una sagoma a lui familiare, ma non ricordava dove l'aveva vista. Facendosi un po' di spazio si avvicino agl'ambulanti.
Un uomo gli dava le spalle, era poco più alto di un metro e sessanta, sulla testa portava uno strano copricapo di pelle dal quale spuntava una lunga coda di capelli, il viso aveva lineamenti orientali e gli occhi socchiusi erano allungati orizzontalmente.
Il piccolo uomo stava contrattando con due paesani, quando si sentì stranamente osservato, si girò di scatto e si trovò faccia a faccia con Cesare.
- Tu! Maledetto!
L'uomo gridò frasi incomprensibili ai suoi collaboratori e subito ci fu il caos.
Cesare grido ai suoi legionari:
- Prende quell'uomo!
I soldati cominciarono a correre verso il gruppo per acciuffare l'individuo indicato da Cesare.
Il piccolo truffatore, non si fece prendere alla sprovvista, afferrò la precaria bancarella e la rovesciò. Il piccolo banchetto volò in aria e tutta la mercanzia si sparpaglio in terra, ora, il terreno polveroso della piazza si mescolava ad anelli, bracciali, collane orecchini e altri manufatti. Cesarecolse l'occasione per cercare la colla na che gli era stata scambiata. Si inginocchiò e avvanzando a carponi, con lo sguardo rivolto al terreno cercava di ritrovare la sua collana.
Nel frattempo i commercianti mongoli correvano in tutte le direzioni, mentre i soldati cercavano di stargli dietro.
Uno dei legionari venne fermato da un gruppo di donne, le quali cominciarono a menar colpi, sul povero disgraziato, con tutto quello che capitala alla loro portata. Un'altro fu preso di mira da dei ragazzini, che riunitisi avevano formato una banda di di trenta o quaranta individui e ora prendevano a pugni e a calci lo sfortunato milite.
Gli altri nella loro folle corsa, cominciarono a spintonare gente a destra e a sinistra, passando tra i banchi rovesciavano la mercanzia esposta, così senza nessun motivo, anche i contadini, i commercianti, gli allevatori, gli artigiani e le donne cominciarono a pestarsi fra loro.
Calpurnia, se ne stava in piedi in mezzo a tutta quella ressa a contemplare, con lo sguardo inebetito, quello che aveva fra le dita, una collana di pietre colorate i fili d'oro.
- Che bella. Che bella...... Che bella......
Continuava a ripetere, senza curarsi di quello che le succedeva in torno.
Cesare,era sempre accucciato in cerca della collana.
Ormai in ogni angolo del villaggio, ogni strada e sulla piazza vi era una lotta continua.
Ogni persona percuoteva il proprio vicino, senza sapere chi fosse o cosa gli avesse fatto. Lo picchiava e basta, solo perchè era quello più alla potata di mano.
L'unica casa a cui si pensava in quel momento era di dar botte e di prenderne il meno possibile.
Alina e le altre due sciave in quella confusione, riuscirono asgattaiolare fuori dalla mischia e corsero verso la Domus in cerca di aiuto.
La giovane schiava raccontò ciò che era accaduto ai legionari, questi si prepararono in assetto di guerra e partirono per sedare la sommossa.
Cinquanta uomini armati fino ai denti, si presentarono alle porte del villaggio, subito si accorsero della gravità della situazione.
Ci volle l'intera giornata per riuscire a riportare l'ordine e la calma lungo le strade, e non sempre senza fatica.
I contusi tra le loro fila e tra i civili non si contavano, ma fortunatamente non vi erano state vittime. La piazza venne sgomberata e ripulita dai resti delle bancarelle.
Al centro due persone erano stranamente incolume e apparentemente sembrava, che non si fossero accorte di nulla.
Calpurnia in piedi, ancora con la collana fra le dita, continuava a ripetere:
- Che bella.. Che bella....
Cesare, sempre a carponi, raspava nel terreno sempre alla ricerca della sua collana.
Un milite gli si avvicinò:
- Ave Cesare. La rissa è stata repressa. Mio Signore.
Cesare si alzò, guardò intorno e chiese:
- Quale rissa?
Poi guardò la moglie e gli vide in mano la sua collana.
- Ma da quanto tempo hai quella collana?
E Calpurnia rispose:
- Che bella.... Che bella.....
Moti abitanti del luogo dissero che erano anni che non si vedeva una festa così bella e che l'avrebbero ricordata alungo.
De gustibus.................
Cesare era alla Finestra a scrutare l'orizzonte, Calpurnia seduta su una sedia, teneva gli occhi sgranati sulla collana, Alina era in piedi dietro di lei.
- Basta! Non ne posso più di questa vacanza. Aspetteremo ancora tre giorni nel caso rientrassero i dispersi, poi in ogni caso si torna a Roma.
Proprio mentre parlava, in lontanaza qualcosa si muoveva. Un piccolo drappello di uomini si sta avvicinando. Bruto, Savio e i venti uomini della scorta stavano rientrando. Avevano un'aspetto trasandato, le barbe lunghe sporchi e inpolverati, i visi scavati e le teste penzolavano a destra e a sinistra, la fatica faceva loro trascinare le gambe e il resto del corpo, di tanto in tanto si levava dal gruppo qualche lamento di dolore. gli unici a sembrare freschi e riposati erano i due cavalli.
Ma cosa era successo a quel manipolo di uomini per ridursi così ?




Dispersi !



Bisogna tornare indietro ne tempo di qualche giorno, cioè al momento in cui Bruto e Savio si staccarono dalla compagnia per raggiungere il pianoro seguendo la direzione indicata da Cesare.
Mentre Cesare si dirigeva in direzione Nord-Est verso Tarvisium, loro si dirigevano a Nord- Ovest, con l'intento di aggirare il pianoro in cerca di una strada che conducesse lassù.
Cominbciarono con il costreggiare il torrente, poi, dopo qualche kilometro il torrente sparì. Savio a quel punto non sapeva più che pesci pigliare, istintivamente guardò Bruto, il quale istintivamente disse:
- 'Fanculo il torrente.
- 'Fanculo sì. E' sparito! - Commentò Savio in senso di approvazione.
Il pianoro che prima si vedeva all'orizzonte, ora era nascosto alla loro vista dalle fronde della folta vegetazione.
Un'immensa pineta si stendeva davanti a loro.
Il centurione prese la sua decisione:
- Ci innoltreremo nel bosco. Prima o poi salterà fuori un sentiero.
- 'Fanculo il bosco. 'Fanculo il sentiero.
Fù la risposta di Bruto.
- Se non fosse il figliastro di Cesare, l'avrei già buttato abagno nel fiume. - Sibilò Savio tra i denti.
Avvanzando in ordine sparso il gruppo si mosse e si innoltrò nella pineta. Il telleno era coperto da aghi di pino, questo tappeto botanico assaliva i piedi dei legionari, gli aghi subdolamente si infilavano tra la tomaia dei sandali e i piedi, così ogni minuto, c'era qualcuno che si permava per togliersi quei fastidiosi aculei. Quando la vegetazione cominciò ad essere più fitta, Bruto e Savio dovettero smontare da cavallo e proseguire a piedi.
- 'Fanculo i pini. 'Fanculo gli aghi.
- A ri daie! - Esclamò Savio. Poi gli venne un'idea.
- Senti Bruto, dobbiamo dividerci in due gruppi, così abbiamo più possibilità di trovare un sentiero. Tu vai da quella parte, mentre io continuo da questa.
- 'Fanculo. - Disse Bruto, poi prese dieci uomini e si diresse nella direzione indica da Savio.
- Almeno per un po' non rompi più! - Disse il centurione a denti stretti.
Ogni tanto nella pineta ucheggiava un urlo e subito dopo un'altro. Erano i due gruppi che proseguivano parallelamente e che ululando si mantenevano in contatto.
Ad un certo punto, un soldato della compagnia di Savio lanciò un grido aspettando la risposta.
Ci fù solo silenzio.
Il soldato ripetè il richiamo.
Nulla. La compagnia di Bruto era sparita.
Bruto, anzichè proseguire sempre dritto, aveva cambiato direzione, aveva cominciato a prendere un'angolatura anomala, che, in poche parole faceva fare a quei poveri disgraziati una circonferenza avente un diametro di alcuni kilometri. Dopo parecchie ore di marcia Bruto si ritrovò sullo stresso punto di partenza. Non si poteva certo dire che fosse un esterto esloratore.
Durante tutto il tempo del girotondo, Bruto continuava imperterrito con i suoi 'Fanculo, La truppa non ne poteva più. Cercarono di tapparsi le orecchie in tutti i modi, chi con le dita, chi con pezzi di stoffa arrotolata, chi con aghi di pino, c'era addirittura chi si riempì le orecchie di fango, qualcuno aveva meditato anche il suicidio.
Il buio sotto la pineta arrivò presto. I due gruppi cercarono una spiazzo e accesero i fuochi per la notte.
Fortunatamente Savio, non si era allontanato di molto, cosi riuscì a vedere poco bistante il bagliore rassastro delle fiamme e si rincuorò, l'indimani si sarebbe riunito a bruto.
Nell'altro accampamento intanto i soldati sgranocchiavano quello che erano riusciti a trovare, mentre Bruto, stravolto, si era appisolato accanto al fuoco. Era talmente assuefatto, che anche durante il sonno pronunciò il fatidico - 'Fanculo.
- Che pizza! - Dissero i soldati all'unisono.
Probabilmente, nell'antico linguaggio dell'apoca - che pizza - doveva corrispondere grosso modo al nostro attuale - che rompic...... - .
All?alba Savio era già in marcia per raggiungere l'amico pasticcione.
Quando giunse sul posto, Bruto era ancora disteso in terra, mentre alcuni soldati cercavano di soffocare le ultime braci ancora accese.
- Sia ringraziata Giunone! - Disse Savio. - Ci siete tutti!
Diede una scrollata a Bruto, il quale aprì un'occhio, loguardò e lo saluto:
- 'Fanculo.
Savio si era abituato. Ormai sapeva che il vocabolario di Bruto si era limitato a ben poche parole, di cui la principale ura 'fanculo, così si limitò a salutarlo senza fare alcun commento:
- Ave Bruto. E' ora di partire.
Bruto fece finta di non sentire e si girò sull'altro lato. Savio Fece un cenno a due soldati che presero il bell'addormentato e lo drizzaro in pidi davanti a lui.
Il figlio adottivo di cesare cercò di protestare, ma non aveva nè a forza nè il coraggio per farlo. Così si scrollò per togliersi d'addosso le mani che lo tenevano, guardo il centurione con occhi pieni di rabbia, grugnì come un maiale e si spolverò gli abiti.
- Così và meglio. Andiamo.
Camminavano ormai da alcune ore e la mancanza di acqua cominciava afarsi sentire, il torrente che avevano lasciato il giorno prima, non si era più fatto vedere.
Ogni tanto qualcuno aveva l'impressine di udire il rumore dell'acqua scrosciante del torrente, mentre in realtà era soltanto il ventoche soffiava impetuoso tra gli alti alberi.
Le gole arse facevano sembrare il cammino ancora più lungo.
Finalmente il gruppo arrivò alla fine della pineta e proprio lì dove finivano gli alberi vi era una strada carreggiabile.
Mentre da una parte scendeva costeggiando la pineta, dall'altra parte saliva. Savio pensò che se voleva raggiungere la meta doveva salire. Così senza indugiare imboccò la strada in salita.
La strada faceva una grossa curva a sinistra, subito dopo una lunga salita, lungo quella salita Savio vide qualcosa venirgli incontro.
Un carro trainato da due cavalli, con al suo intero una dozzina di persone che se ne stavano tranquillamente sedute, percorreva la strada in senso opposto.
- Sono loro. - Pensò Savio. Però quando riuscì ad avvicinarsi abbastanza, si rese conto di aver sbagliato.
Gli uomini del carro di dedia non raggiungevano il metro e sessantacinque di altezza ed erano vestiti in modo strano. Alcuni indossavano pelli pregiate e portavano degli strani copricapi da dove spuntavano code di lunghi capelli, i lineamenti erano orientali e gli occhi appena socchiusi erano allungati orizzontalmente. Savio pensò che, molto probabilmente fossero di origine mongola.
Quando furono vicinissimi il carro si fermò e gli strani ometti scesero e cominciarono a svuotare il carro. Uno di loro, quello che a prima vista poteva sembrare il capo, si avvicinò ai soldati, guardò Savio e disse:
- Vu cumprà ?
Savio resto allibito. Quello era sicuramente un carro di commercianti stranieri diretto chissà dove. Deluso guardo l'ometto e disse semplicemente:
- No Grazie!
L'ambulante ci riprovò ancora:
- Amico compra. Prezzi buoni. Merce molto buona, collane anelli, orecchini........
- Ho detto di no! Grazie! - Poi un'idea gli balenò nella mente.
- Avete mica cibo e acqua da venderci.
- Sì amico, molto cibo, molta acqua, tutti prezzi buoni.
Il venditore tirò fuori dal carro una sacca d'acqua e delle gabbie con conigli e galline.
- Quanto vuoi ?
- Tre sesterzi per acqua, tre per coniglio, due seterzi per pollo.
- Accipicchia! Ma questo è un furto. Meno male che hai i prezzi buoni.
- Se tu non vuoi stendere, allora tu non hai tanta fame. - E fece per rimettere a posto la mercanzia.
- Fermo! Aspetta solo un momento.
Savio andò dai suoi uomini, disse qualcosa e tutti cominciarono a tirar fuori monetine. Alla fine il centurione fece i conti, quattro sesterzi e pochi spiccioli.
L'acqua era essenziale e forse insistendo un po' ci sarebbe scappato anche un pollo. Andò dallo staniero e gli mostrò il denaro.
- E' tutto qullo che abbiamo.
- Dimmi cosa tu volere?
Prima indicò la sacca dellacqua, poi un pollo.
- Tre sesterzi per l'aqcua più due sesterzi per il pollo fanno cinque seperzi, tu non avere cinque sesterzi.
- Ma è tutto quello che abbiamo! E abbiamomo fame! Attento piccoletto! Siamo soldati, potremmo uccidervi tutti e saccheggiare il vostro carro.
L'uomo non si fece intimidire da quelle minacce.
- O sì voi potete fare tutto questo, ma quete sono cose da barbari, tu no barbaro, tu uomo onesto.
Savio a quelle parole non sapeva più cosa dire:
- E cosa ci puoi dare allora?
Il piccolo venditore ambulante restò un'attimo pensieroso, poi tornò sul carro, prelevò un piccolo fagotto e tornò indietro.
- Questo !
Aprì delicatamente il fagotto, il suo conteneva dodici uova di gallina.
- Sempre meglio che restare a stomaco vuoto. Va bene.
Gli stranieri salirono sul carro e si rimisero in viaggi, prima che si allontanassero Bruto li salutò calorosamente:
- 'Fanculo mongoli!
Pensando che quello fosse il saluto del luogo i commercianti contraccambiarono educatamente:
- 'Fanculo anche te! 'Fanculo, 'fanculo tutti! .... Molto bello posto per affari. - E si allontanarono.
L'acqua della sacca finì subito, dando un po' di solievo a quelle gole assetate, quindi ripresero il cammino verso il pianoro.
Subito dopo giunse alle loro orecchie un suono familiare, più andavano avanti, più il suono si faceva assordante.
Tutto quel frastuono era provocato dall'impeto dell'acqua che scendeva dalla montagna.
Dopo alcune curve, finalmente si poteva rivedere il torrente.
A monte il torrente era un vero e proprio fiume, le acque gelide dei nevai e dei ghiacciai correvano impetuose, ad un certo punto si dividevano, da una parte scendevano a valle formando delle spettacolari sascate, dall'altra partecosteggiavano la grande strada fino a scomparire nel terreno, da dove, dopo un lungo percorso sotterraneo sarebbero riemerse.
Urla di gioia echeggiarono fra quelle vette, i soldati cominciarono a correre come bambini ecome bambini si tuffarono nelle acque gelide.
- Tre sesterzi per una sacca d'acqua, quando bastava aspettare un po' e avremmo potuto avere tutta l'acqua che volevamo. E gratis.
- 'Fanculo i mongoli !
- E 'fanculo sì! 'Fanculo.
Sulle sponde del fiume venne acceso un fuoco, Savio aprì il prezioso fagotto. Le uova dovevano essere cotte.
Il problema era come avrebbero fatto a cucinarle, visto che al seguito non avevano certo dei contenitori adatti alla loro cottura.
Subito si pensò di usare uno scudo, l'idea però venne subito scartata, troppo grosso, ci sarebbe voluto troppo tempo per portarlo in temperatura, lo stesso si poteva dire delle armature.
Savio ebbe un'idea. Mise due pietre tra le fiamme ad una distanza cosiderervo, poi si fece dare due daghe e le appoggiò sopra le pietre, in modo tale che le lame potessero combaciare perfettamente e le fiamme sotto facessero il proprio dovere, quando le daghe furono abbastanza calde, prese un'uovo e ve lo tuppe sopra facendolo cadere esattamente nel mezzo.
L'uovo cadendo separò le due lame, lasciando tra una daga e l'altra un varco, attraverso quel passaggio, l'uovo scivolò finendo la sua corsa tra le fiamme.
Savio sconsolato guardò attraverso il foro laschiato dalle daghe e vide i poveri resti consumarsi tra le fiamme.
- E uno è andato !
Nom poteva certo rischiare di far consumare l'intero pranzo tra le fiamme, la cosa più saggia era quella di bere le uova crude, chiamò i suoi soldati e ad ogniuno diede un uovo, alla fine restarono lui e Bruto con un solo uovo, Savio restò a guardarlo per un'attimo poi disse:
- Mea culpa - e lo consegnò a Bruto.
Bruto lo aprì appena alle due estremità e cominciò a berlo, quando arrivò a metà si fermò e lo passò a Savio.
- Grazie amico. - Disse il centurione con le lacrime agli occhi . - I veri amici si vedono nel momento del bisogno - e lo mandò giù in un'attimo.
Ormai era quasi buio quando il gruppo arrivò alla fine della salita, il pianoro in quella penombra appariva come un paesaggio irreale, a malapena si riuscivano a distinguere le sagome dei monti all'orizzonte e il maestoso Alnero era praticamente nascosto alla loso vista. Si innoltrarono ancora per qualche centinaio di metri all'interno del pianoro, poi decisero di fermarsi per trascorrere la notte.
Non si accese nessun fuoco, perché con quel buio era praticamente impossibile trovare della legna, fortunatamente la notte non era fredda.
Gli uomini affaticati, in quel silenzio non ebbero difficoltà ad addormentarsi e subito caddero tra le braccia di Morfeo.
La notte trascorse serena e sul pianoro gli unici rumori che si potevano sentire erano i canti dei grilli e il russare degli uomini. Puntuale come un'orologio, l'alba arrivò.
Dopo l'intera notte passata all'addiaccio, tutti quanti al loro risveglio cominciarono a stiracchiare le stanche membra, l'Albero era lì a poche decine di metri, maestoso come sempre.
Savio stava ancora cercando di scioglire i suoi muscoli ratrappiti, quando lo vide restò immobile a bocca aperta. Anche Bruto, quando ebbe finito la sua "ginnastica stiratoria" si voltò restando incantato a quella vista, entrambi, come il grande Cesare, furono affascinati da quella possente creatura e persero parecchio tempo a girare intorno all'Albero scrutandolo in ogni minimo particolare.
Quando ebbero finito l'eplorazione Savio si rivolse al compagno:
- Bene abbiamo raggiunto la meta, il nostro compito è finito, possiamo anche rientrare. Sei daccordo?
- Torniamocene a casa. 'Fanculo!
Cominciarono ad esplorare il pianoro alla ricerca di una via per il ritorno, finalmente giunsero all'inizio della mulattiera. Da la sopra si poteva vedere tutta la valle. Il villaggio di Tarvisium e la Domus sempravano lì ad un tiro di freccia.
- Benissimo in un'attimo saremo a casa!
Quando cominciarono a scendere per la ripida discesa, i due cavalli si piantarono con gli zoccoli sul terreno, dimostrando il loro disappunto per la scelta della strada.
Dopo due ore di tentativi i cavalli erano sempre lì nella stessa posizione.
- Niente da fare - disse Savio - se va avanti così tra un mese siamo ancora qui. Bisogna cervare un' altra strada. Proveremo con quella da cui siamo arrivati.
Così ritornarono sui propri passi ed imbocarono la strada che li aveva portati lassù. Sul tardi pomeriggio arrivarono nel punto dove il torrente si immetteva nel suo percorso sotterraneo, lì si fermarono come il giorno prima e si approntarono per la notte, qualche peche cattutato con ler lance o con le mani servì a calmare i brontolii dei loro stomaci, quello fù l'ultimo pasto prima del loro arrivo alla Domus.
Ci vollero ancora due giorni prima che il gruppo giungesse a destinazione, due giorni terribili, senz'acqua e senza cibo, finalmente la mattina del terzo giorno la Domus era lì a poche centinaia di metri.
Quando Cesare li vide, corse loro incontro, salutò il figlio e il centurione, quindi li accompagnò all'interno dell'abitazione.
Quando furono saziati e ripuliti, prima di andare a riposare si presentarono da Cesare e cominciarono a raccontare la loro avventura.
- Ci incamminammo lungo la direzione che ci avevi indicato e..............



Rientro a Roma


- Questo è tutto mio Signore. Ora eccoci qua.
- Bene! - Disse Cesare. - L'importante è che siate arrivati, così domani si può rientrare a Roma.
- Allora vuol dire che anche il carro è rientrato?
- No, non ancora, e sinceramente non me ne frega niente, se arriva che non ci siamo più, tornerà indietro. E ora andate a riposare che domani ci aspetta una lunga marcia.
- 'Fanculo. tanto per cambiare. - Fù il commento di Bruto.
I due si allontanarono, andando ogniuno nella propria stanza.
Quel giorno tutti erano indaffarati per i preparativi per l'imminente partenza, o per meglio dire quasi tutti.
Mentre i soldati, gli scgiavi e le schiave preparavano i bagagli, Calpurnia, con il suo sguardo inebetito, sembrava che facesse del suo meglio fer ritardare la partenza. Mentre le schiave riponevano i vestiti in un grosso baule, lei li levava, li guardava melanconica e li buttava sul letto, facendo ripassare tra le mani decine e decine di volte gli stessi abiti. Cesare passando di lì, guardò divertito la scena, poi provò un po' di pena per la povera moglie, la avvicino, la prese sotto braccio e la allontano dal baule.
- Su Calpurnia, sii felice, si torna a casa. Vedrai che prima o poi, riusciremo a recuperare tutti i tuoi vestiti e se non ci riusciremo, te ne comprerò dei nuovi, talmente belli da far invidia a tutte le donne dell'impero.
La donna strinse forte il braccio del marito appoggiando la tempia sulla sua spalla. Lo sguardo spiritato cambiò, sulle sue labbra apparve quasi un sorriso, ma solo per un attimo, poi ritornò quella di prima.
Cesare chiamò Alina dicendogli di occuparsi della moglie e la affidò alle sue cure, quindi si allontanò alla ricerca di Scriba.
Caius era introvabile, dopo parecchio tempo riuscì a rintracciarlo.
Il console era in un remoto angolo del giardino, intento a curare le sue rose.
- CARO SCRIBA, FINALMENTE ! SONO VENUTO A DIRLE CHE DOMANI PARTIAMO.
- Perché dovete parlare domani? Potete parlare anche oggi se volete.
- HO DETTO PARTIAMO, NON PARLIAMO! PARTIAMO, RITORNIAMO A ROMA.
- Roma. Bella Roma. Mi piacerebbe di rivederla ancora una volta prima di ...... va' be' ci siamo capiti.
- CARO AMICO, QUANDO VERRAI A ROMA, SARAI MIO OSPITE.
- Ti ringrazio o divino, ma quando mai riuscirò a venire?
Cesare si allontanò tornando all'interno della domus.
- Non mi è costato molto fare quella promessa, tanto mi sà che non vedrò mai Caius a Roma. - Pensò con uno sottile sorriso sulle labbra.

Il mattino seguente tutto era pronto per la partenza, ma Ma Bruto, Savio e Calpurnia mancavano all'appello.
Il centurione e Bruto, provati dalla dura esperienza dei giorni precedenti, erano ancora a letto, mentre Calpurnia era nella sua stanza davanti alla finestra con lo sguardo fisso verso l'orizzonte.
Cesare mando due legionari a svegliare i dormienti, lui nel frattempo andò a prelevare la moglie.
Cesare l'avvicinò, la baciò sulla nuca e la cinse tra le braccia, poi sussurro dolcemente al suo orecchio:
- E' ora di partire, la nostra casa ci aspetta, non preoccuparti per il quardaroba, a Roma ne avrai uno bellissimo.
Poi la prese in braccio, lei si aggrappò al collo di lui che la portò fuori dalla stanza.
Quando usci dall'edificio, vide che Savio e suo figlio, anche se assonnati, erano a cavallo. Finalmente si partiva, si tornava a casa.
Frisio sembrava capisse che i suoi nuovi amici se ne sarebbero andati, se ne stava tutto mogio, disteso a terra, lanciando di tanto in tanto qualche latrato.
La colonna si mosse, uscì dal recinto esterno della domus, attraversò Tarvisium e continuò lungo la strada del ritorno.
Il primo giorno di viaggio trascorse sereno. A tutti, dal grande Cesare al più umile dei soldati, la stanchezza non pesava, forse era il persiero di poter rivedere molto presto la loro amata città.




Il carro mancante


Al loro risveglio il sole era ancora basso, fecero un pasto veloce e si rimisesero in viaggio. La carovana prosegiuva lentamente ma inesorabilmente vero la meta. Calpurnia era sul carro insiema ad Alina, con la testa appoggiata sulla spalla della schiava e con lo sguardo perso nel nulla, inprovvisamente le rivolse la parola.
- Sò tutto sai.
Alina la guardò in modo interrogativo.
- In fondo sei giovane e non ti puoi ribellare al volere di Cesare. Tu non centri, non è colpa tua. Lui è fatto a modo suo, bisogna accettarlo così com'è. Prendere o lasciare. Io devo prendere, non ho alternativa e nemmeno tu.
Alina abbassò lo sguardo,come se si sentisse in colpa verso di lei e non disse nulla.
Erano passate molte ore da quel discorso, quando la colonna si fermò. Cesare in testa al gruppo fece cenno a Savio di raggiungerlo.
- Mi pare di aver visto del movimento là in fondo. Prendi dieci uomini e vai a controllare.
- Sarà fatto!
Il centurione partì al galoppo con gli uomini che correndo cercavano di stargli dietro.
Dopo una decina di minuti Savio tornò indietro.
- Mio signore, una cosa incredibile. Il carro... il carro il carro!
Calpurnia alla parola carro si alzò tutta eccitata ed i suoi occhi ripresero vita, scintillavano di gioia come non mai.
- Il carro, i miei vestiti, dove sono, dove sono?
- Calmati Calpurnia. Non dare spettacolo! - La rimproverò Cesare.
Calpurnia non stava più nella pelle. Scee dal carro e comincio a correre lungo la strada.
- Le donne... Le donne! Non si può vivere con loro, ma non si può restare senza di loro.

Quando anche Cesare arrivò dal carro scomparso, vide la moglie inginocchiata presso un baule, metà degli abiti che esso conteneva erano sparsi ovunque, sul viso di lei le lacrime avevano lasciato un sottine velo che scintillava sotto i raggi del sole.
Cesare si avvicinò agli uomini della scorta, i legionari avevano le barbe lunghe, erano sporchi e puzzavano, puzzavano così tanto che Cesare si mantenne a debita distanza. Qunado la situazione di euforia si calmò, Cesare chiese ad un legionari che cosa fosse successo. E quello cominciò il suo racconto.
- Quando vi allontaneaste, ci mettemmo a cercare un albero da abbattere per poterlo usare come leva. Ci volle un po' di tempo per trovare quello giusto, abbattuto l'albero ci mettemmo subito al lavoro per sostituire la ruota. Quando tutto fù finito, ci accorgemmo che stava soppraggiungendo il buio, cosi decidemmo di fermarci per la notte e di riprendere la marcia la mattina seguente. Durante la notte ci fù quel tremendo temporale, così cercammo un ripararo. Pensammo che entrando nella fitta boscaglia fossimo più al riparo, ma ci innoltrammo troppo nel suo interno. Oh grande Cesare, senza la tua guida eravamo perduti. Infatti, in mezzo a quella foresta avevamo perso il senso dell'orientamento, non sapevamo più dove eravamo e non sapevamo in quale direzione andare. Così senza saperlo ci innoltrammo sempre di più nella boscaglia. Non saprei dire di preciso quanti giorni passarono, prima che riuscissimo ad uscire da quella intricata selva, posso solo dire che dovevano essere parecchi. Quando finalmente riuscimmo a ritrovare il punto di partenza, il carro con i cavalli era sparito. Cominciammo a perlustrare la zona in ogni direzione, ma non trovammo alcuna traccia. Poi non sò per quale ragine, ci incamminammo verso Roma, forse penavamo che i cavalli non sapendo cosa fare, si sarebbero diretti verso il punto da dove erano partiti, infatti dopo cinque o sei giorni di cammino li rintracciammo in una radura, se ne stavano tranquilli, con il carro saldamente legato alle loro spalle, con la testa a penzoloni sul perreno intenti a brucare l'erba alta. Fortunatamente non mancava nulla, si può dire che si era trattato solamente di una scappatella dei due animali. Riposammo solo qualche ora, poi ci avviammo lungo la strada per Tarvisium. Ed ora eccoci quà.
Cesare aveva ascoltato molto attentamente l'intero racconto e non sapeva se punirli per negligenza, oppure se, ripensando a tutto quello che gli era accaduto in quei giorni, farsi una risata.
Optò per la seconda cosa e scoppiò a ridere.
Nel frattempo, tutti i vestiti che prima erano negli enormi bauli ora erano sparsi da ogni parte, sul carro, lungo la strada, sui cespugli e fifino sugl'alberi. Calpurnia, imperterrita, continuava a prendere le sue preziose vesti tra le mani e dopo una breve occhiata ed un grido di gioiali scaraventava in aria.
Cesare decise, anche se era ancora presto, che forse era meglio fermarsi lì per la notte.
Sfortunatamente, non essendoci un rivo, ne' un lago, ne' una semplice pozzà dove i legionari ritrovati potevano lavarsi, li emarginarono, tenendoli a distanza di sicurezza per non sentire la puzza che emanavano.
Anche i giorni sucessivi, sempre per la stessa ragione, vennero tenuti in retroguardia, molto in retroguardia.
Il tempo passava e la distanza che li divideva dalla capitale diminuiva.
Più scendevano verso sud, più il caldo si faceva sentire, l'aria diventava più pesante e i vestiti sui loro corpi più appiccicosi, però il panorama che si presentava ai loro occhi, diventava di giorno in giorno sempre più familiare.
A poche decine di miglia dalla loro meta Cesare si fermò e guardò sorridente la grossa pietra migliare che aveva davanti su cui spiccava incisa nella pietra con enormi caratteri:
R O M A
Caput Mundi
- Casa. Finalmente! - E tirò un lungo sospiro di sollievo.

Cesareide testo di Claudio
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